Quante volte avete sentito parlare di Corea del Sud?

Sapete che questo lontano paese asiatico sta orientando i nostri consumi culturali e le nostre tendenze?

Probabilmente vi sarà molto famigliare l’aver sentito parlare della Corea del Nord e del suo dittatore Kim Jong-un, per via del folkloristico racconto che viene realizzato dai nostri media mainstream.

Cosa ne sapete invece della Corea del Sud?

Da sperduto e misconosciuto paese schiacciato geo-politicamente dai giganti Cina e Giappone, la Corea del Sud sta affermando la sua egemonia culturale sul mondo occidentale con una sapiente politica di “soft-power“, per dirla con Joseph Nye della Harvard Kennedy School of Government.

Non ci credete ancora?

Sapete da quale paese proviene il film “Parasite” di Bong Joon-Ho vincitore quest’anno di ben 4 premi Oscar?

Proprio dalla Corea del Sud.

Copertina del film coreano Parasite

Oltre Parasite c’è di più

Potreste pensare che si tratti un’eccezione, di un film con un messaggio così universale sui rapporti tra classi sociali da non poter che essere premiato.

Se questo è parzialmente vero, va detto che “Parasite” non è  soltanto l’espressione di uno stato di grazia del talentuoso regista Bong Joon-Ho.

Sono anni ormai che la Corea del Sud detta legge nei più importanti festival cinematografici del mondo, “Parasite” ne è solo la manifestazione più evidente.

Il cinema coreano ha lentamente sedimentato una nicchia di cinefili appassionati alle prese con mille peripezie pur di visionare pellicole che la distribuzione cinematografica italiana ha frequentemente ignorato.

L’affermazione sul mercato occidentale del cinema coreano inizia tra la fine degli anni ’90 e i duemila, con l’exploit sulle scene festivaliere della nuova scena coreana.

Tre nomi su tutti: Park Chan-wook e la sua trilogia della vendetta (“Old boy” vi dice qualcosa?), Lee Chan-dong e il suo struggente lirismo (guardatevi il suo “Poetry”) e l’icona cinefila per eccellenza Kim Ki-duk, regista dall’estrema estrema prolificità creativa.

Provate a dare un’occhiata alla sua cinematografia: da “Bad guy”, “Ferro 3”, “Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera”, fino ad arrivare a “Pietà” (Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2012), potrete scoprire il talento visionario di un raffinato interprete dell’arte cinematografica.

L’unica raccomandazione da seguire è quella di prepararsi un pochino alla visione di questi film, soprattutto se siete a completo digiuno di cultura coreana.

I film coreani possono apparire ostici e violenti, ma riservano grandi emozioni, basta solo non fermarsi alle prime sequenze!

“HALLYU” aka THE KOREAN WAVE

L’onda lunga della Corea del Sud non si infrange solo sul cinema, ma tocca tutti gli ambiti del mondo dei media e dell’arte.

Per questo motivo si parla di “hallyu”, la “korean wave” che sta ridisegnando la cultura pop globale.

Alcuni scienziati politici sostengono addirittura che, tramite la diffusione dei propri contenuti culturali, la Corea voglia imporre la propria forza geopolitica sullo scacchiere internazionale.

Una teoria suggestiva che trova conferma in ambito pop, con il fenomeno, ormai planetario, delle boy-band coreane, in grado di fare sold-out con i loro concerti persino negli immensi stadi statunitensi.

Se credete che l’Italia sia immune da questo fenomeno, provate a fare qualche ricerca, vedrete che i social pullulano di gruppi dedicati all’adorazione di queste band.

Ma come si è passati dai “One Direction” ai “BTS”, agli “EXO” o ai “GOT7”?

Proviamo ad esaminare.

Come si può vedere, l’estetica visiva dei componenti delle band coreane è completamente diversa da quella delle teen-band anglosassoni.

I corpi curatissimi dei membri delle band k-pop sono efebici e glabri, privi della virilità patinata da poster photoshoppato a cui erano abituate le teenager occidentali.

Probabilmente lo shock ormonale e l’impatto dei nuovi modelli gender-fluid hanno spinto la generazione Z ad apprezzare uno storytelling musicale diverso.

Va anche detto che i componenti delle boy-band coreane sono davvero talentuosi: ballano e cantano con agilità, senza fare ricorso nei loro show a montaggi sonori e visivi.

La disciplina made in Korea spinge i cantanti a veri tour de force tra palestre e sale di canto, privandoli completamente di vita sociale e sentimentale.

Forse, anche per questo motivo, le groupies di queste band sono ancora più aggressive di quelle dei Duran Duran, dei Take That o dei Backstreet Boys, band entrate ormai nella storia del costume.

L’influenza delle band coreane è così forte sulla scena musicale globale, da rendere nel 2019 il profilo Twitter dei Bts sul podio del social con il maggior numero di interazioni a livello globale: si parla di 407 milioni di interazioni! Per fare un confronto basti pensare che il profilo di Donald Trump si ferma a 104 milioni.

G-Dragon e Jung Hae-in

I membri delle K-pop band sono quindi a tutti gli effetti dei veri e propri influencer, con tassi di engagement altissimi e ricchissimi accordi di partnership, come nel caso di G-Dragon, membro della band Big Bang, modello e trendsetter.

G-Dragon
G-DragonFonte: Amazon

Scelto da Chanel come brand ambassador, G-Dragon è uno tra gli influencer coreani più pagati con una media di due milioni di dollari per singolo accordo commerciale.

La passione per la moda, ha spinto G-Dragon alla creazione di un suo brand chiamato Peaceminusone, che vanta una collaborazione con Nike per la creazione della sneaker Paranoise.

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PMO®➖3PACK POCKET T-SHIRTS #1 (BLACK, WHITE, GREY)

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sneaker Paranoise
Sneaker: paranoise – Fonte: sito web Nike

La collaborazione tra brand occidentali e influencer sudcoreani sta diventando una delle tendenze più affascinanti degli ultimi anni, come dimostrato da Dior Homme nel 2018, con la chiamata alla Paris Fashion Week di Jung Hae-in, uno dei più apprezzati talenti nascenti dei korean drama.

Apprezzato interprete di Noona drama (serie televisive che parlano di storie d’amore tra ragazzi e donne più grandi di loro, un genere molto diffuso nella programmazione telefilmica coreana), faccia e comportamenti da ragazzo della porta accanto, Jung Hae-in rappresenta in pieno la svolta di Dior Homme impartita dal designer Kim Jones.

Come sembrano lontani gli anni in cui testimonial del brand (diretto da Hedi Slimane) era il controverso punk bohemien Pete Doherty!

Fashion drama

Uno dei maggiori veicoli di comunicazione per i fashion brand occidentali è proprio rappresentato dai k-drama che, complici piattaforme come Netflix e Viki, stanno riscontrando sempre più successo tra il pubblico occidentale.

Se provate a dare un’occhiata a un k-drama, noterete subito l’eleganza da urlo dei suoi protagonisti, niente di paragonabile persino con l’apice fashion delle serie tv “Sex and the City”.

Basta andare su un sito come Codipop e scegliere la protagonista o il protagonista di un drama per vedere l’alto tasso di brandizzazione del panorama telefilmico coreano.

Quello che colpisce particolarmente è l’incredibile abilità negli abbinamenti tra brand coreani e occidentali, regalando al pret-à-porter di lusso un’ondata di originalità mai vista.

Avete mai visto nelle vetrine dei negozi di tendenza l’abbinata abiti da sera e sneaker?

Se guardate un k-drama coreano imparerete a capire da dove proviene.

Il fashion impazza al punto tale nelle serie coreane che esistono brand specializzati nella riproduzione cheap di capi indossati dai protagonisti dei vari drama, come fashionchingu e redbubble.

Korea: land of style

Anche il mondo dei fashion influencer coreani mostra il talento visivo coreano nella creazione di outfit innovativi, come nel caso di Cheri, korean fashion blogger e stylist dagli affascinanti look psichedelici, molto “pretty in pink” come i look proposti dalla makeup artist Pony.

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화요일 시작 ⌚️ #busygal

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Per scoprire la passione coreana per gli arditi e visionari abbinamenti stilistici, è di grande interesse il profilo Instagram del The Sartorialist coreano Halo People che, con i suoi scatti, mostra la voglia di affermazione delle nuove generazioni coreane.

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#mood @unyeong_makeup @hyunseo_59 @touch_dy

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Tra le strategie di comunicazione più interessanti dei brand coreani, è anche da segnalare la scelta di Stylenanda di promuovere i suoi capi attraverso di post Instagram di alcune tra le più cool fashion influencer coreane, come Park Sora e Byung Jung Ha.

La halleyu passa anche per l’affermazione della cosmesi coreana, fatta di ritualità dall’estremo fascino, ancora poco conosciute dal pubblico occidentale.

Catene come Sephora hanno iniziato ad introdurre la vendita di prodotti made in Corea, ma senza illustrare in modo adeguato il significato legato agli step della bellezza coreana.

Nell’ambito food sta iniziando a svelarsi il mistero della complicata cucina coreana, grazie all’influencer settantenne Park Mak-Rae che, tra un piatto e l’altro della tradizione mostrati sui suoi canali YouTube e Instagram, racconta gli aspetti della Corea tradizionale uniti a segnali di empowerment ed emancipazione femminile con la sua storia di self-made woman.

Questi due brand.

Samsung e Hyundai.

Fino a non molto tempo fa la conoscenza della Corea del Sud si limitava a questi due brand.

L’egemonia culturale coreana sta facendo emergere la forza di un paese che, grazie alla sua visionarietà estetica e narrativa, sta spazzando via gli stereotipi di un mondo orientale più variegato di quello che possa sembrare.

Fino alla prossima onda.